Un'Idea [Dark Star AU- Fanfiction]

**Premessa:** Questa è una storia one-shot incentrata sull'universo Dark Star/Cosmic, e su Jhin in particolare. Non è stata originariamente scritta per questo forum: pertanto, il suo format ed il suo stile sono più lunghi e complessi di quanto io abbia pubblicato di solito. In ogni caso, esiste ed è finita, quindi ho deciso di pubblicarla anche qui. I miei ringraziamenti a chiunque decida effettivamente di leggerla e finirla. Buona lettura. **_ In una regione remota dell’universo qualcosa è cambiato. Una rosa di sedici stelle giace ora su un solo piano orizzontale. Un tempo queste sorelle luminose erano unite in un caotico sciame di orbite, trascinate nel moto galattico come uno stormo di uccelli migratori. Grandi filosofi di innumerevoli civilità inferiori avevano impiegato vite a tentare di decifrare il loro moto, troppo complesso per tutti tranne i più potenti computer quantistici. Adesso le loro rivoluzioni sono state tradite: non è più la gravità ad ordinare il moto della rosa, ma un più sinistro e crudele intelletto. In quattro vaste ellissi intersecanti le nane gialle percorrono un sentiero impossibile, oltre ogni cognizione di ragione ed oltre le leggi fisiche fondamentali a cui dovrebbero essere sottomesse. Strappate alle promesse della loro inerzia le stelle incorniciano ora un altro corpo celeste, ben più complesso di un semplice accumulo di elementi primordiali, che fluttua al centro dello spettacolo come la presenza dissipata di una primadonna su un palcoscenico ormai vuoto. Tutto ciò avviene ad una scala troppo vasta per essere compresa da entità terrene. Non esiste occhio o telescopio o sistema di satelliti in grado di osservare l’interezza di quest’opera, non nelle claustrofobiche dimensioni spaziali. E’ uno spettacolo dedicato ad altri, più eterei osservatori. Una di queste entità è adesso giunta. Lo spazio-tempo viene tessuto da abili mani, rivoltato come stoffa da mille invisibili sarti. Una figura comincia ad emergere: umanoide, per quanto la forma umana stessa non sia che una pallida ed inadeguata imitazione delle più alte verità astrali. Si estende per centinaia di miliardi di chilometri, eppure la sua presenza lascia imperturbata la massa-riposo del sistema artificiale. La creatura ha sembianze femminili; sulla sua fronte, in una fornace di possibilità e funzioni d’onda, brilla una luce talmente pura da somigliare più al bagliore originale della nascita di questo universo che all’immolazione di una sfera di idrogeno; nelle sue mani vi è un arco fatto di leggi ed eccezioni, le cui frecce portano con sè una promessa ed una sfida alla crudele entropia. “Sia la luce” gridano, mentre accendono nane brune ormai morte e formano costellazioni da grandi nubi di gas interstellare; “L’universo è un giardino magnifico, ed i suoi frutti doni preziosi” annunciano a tutte le civiltà fortunate abbastanza da scorgerne il passaggio. Ashe, Regina del Cosmo Brillante, si realizza nel mondo ed osserva il cadavere. Un tempo era una sua suddita, amica, confidente. Lulu, era il suo nome. Ashe stessa la aveva battezzata, quando la sua forma-sogno-essenza era emersa da una convergenza particolarmente elegante di strutture sovrastellari; il suo primo atto era stato ridere, e nella sua risata erano sbocciati i semi della vita su dieci sistemi distinti. Lulu amava viaggiare sulle correnti di materia oscura e salutare ogni attrattore come se fosse un suo amico; Lulu provava gioia nel nascondere costellazioni conosciute con nebulose multicolori, ed osservare i mortali confusi dalle sue incongruenze. E Lulu era stata uccisa. Brutalizzata, scomposta in elementi materiali. Irriconoscibile se non per le tracce di divinità che ancora abitavano il sarco%%%o di elio in cui erano stati intrappolati i suoi resti. Quello scempio era stato arrangiato al centro della composizione, e le correnti centrifughe di quelle stelle imprigionate facevano sbocciare la nebulosa centrale come un’empia rosa in fiore. Ashe chiude gli occhi, li riapre. La tomba permane e sembra provocarla, quasi accusarla. “Dov’eri quando l’ho uccisa, maestà?” chiede l’intento di quella crudele opera. “Dov’eri quando ho strappato i legami causali dal suo cuore ed ho strangolato il suo cono-luce, quando ho estinto i suoi futuri e reso la possibilità della sua esistenza pari a zero? A cosa serve tutto il tuo potere e la tua saggezza, se non hai potuto impedire questo cosmicidio?” Non ha risposta per quelle accuse. Solo dolore e muta rabbia. «E’ stato lui.» A parlare è una seconda voce il cui boato sovrascrive la radiazione cosmica di fondo e piega la trama della gravità. Questa rabbia non è muta, ma vibra ed occupa ogni frequenza possibile. Xin appare al fianco della regina mentre la materia oscura rifugge la sua furia, nel timore che si scateni contro le innocenti strutture di quella galassia. «Quel mostro deve essere fermato, Ashe.» «Non un mostro. Un demone.» «C’è una differenza?» «Un mostro commette orrori per la sua natura. Un demone, per il suo piacere.» Deve esserci stato piacere, in questo. Ashe lo comprende: la natura fondamentale di ogni splendore porta in sè una gemma di invidia, e menti malate possono desiderarne la dissoluzione. C’è qualcosa di magnifico in una supernova, nella fine di qualcosa di grande. Ma questa non è una fine naturale, una parte dell’immensa ruota di entropia e miracolosa nascita che muove il cosmo: questo è solo un blasfemo atto di crudeltà. «Fa una qualche differenza?» insiste Xin, il suo protettore, la sua arma, la sua furia. Ha ragione, ovviamente. Le motivazioni di questo atto sono irrilevanti; il suo orrore è l’unico metro su cui basare giudizio. «Nessuna. Dove si trova?» «Nell’unico luogo dove un codardo come lui può trovare compagnia. Le regioni morte.» Ashe chiude nuovamente gli occhi. Nonostante la sua forma immensa percepisce ogni fotone che la attraversa come gocce di pioggia sulla pelle; ma la sua comprensione si estende molto oltre la località di una forma temporanea. L’universo trattiene il respiro mentre una mente antica quanto la luce considera le sue opzioni; pensieri come tachioni sfrecciano dietro le sue palpebre e formano un unica, necessaria linea di azione. «Raduna l’intera corte. E preparali per una guerra.» **_ Mentre attraverso l’orizzonte degli eventi provo due emozioni: gioia e rimpianto. Gioia, poiché ho donato alla piccola Lulu qualcosa di unico: la possibilità di lasciare il suo marchio eterno sull’universo sprezzante. Quando tutte le stelle saranno estinte ed il cosmo si immergerà gemendo nel buio il ricordo di quell’attimo di gioia perdurerà più a lungo di quanto la mia ingenua amica avrebbe mai potuto fare di persona. Rimpianto, perché ho dovuto lasciare la mia opera orfana; non sono potuto rimanere indietro ad osservarne gli effetti sugli spettatori che sono certo ha attirato. Sarebbe stato incauto e pericoloso. La perdita di un’entità cosmica è un avvenimento inconsueto: la rabbia di coloro che hanno perso qualcosa, dopo miliardi di anni passati a crogiolarsi della propria perpetuità, è imprevedibile quanto il decadere di una particella elementare. Inoltre, non potevo permettermi di arrivare in ritardo a questo appuntamento. Le regioni morte. Una zona dell’universo consumata quasi completamente. Il nulla che abita qui è così vicino alla totale assenza di realtà dall’essere quasi asintotico con essa. Non vi sono filamenti cosmici, qui; né accumuli né galassie né stelle né pianeti. Incontrare un singolo atomo libero è un evento talmente raro da meritare celebrazione. Questa buia omogeneità è interrotta solo da vaste cicatrici, cascate discendenti dove la gravità precipita in singolarità occultate. Alcuni di questi buchi neri posseggono abbastanza massa e segreti da contenere il testamento di miliardi di miliardi di sistemi, ma la maggior parte di loro si accontenta di fluttuare nel nulla come un monito alla luce stessa. Non tutti sono così apatici, fortunatamente. Uno ha notato la mia presenza. Non che io abbia fatto qualcosa per nasconderla: sarebbe infantile ed inappropriato. Il mio arrivo è stato già annunciato a creature meno irrilevanti di questa singolarità affamata, e non ho motivo per evitare i servi sulla strada per incontrare il loro signore. Ma la luce-informazione che mi compone è anatema per questo corruttore, che si spiega nel mondo materiale per affrontarmi. Osservo con un sorriso interessato mentre scambia la noiosa non-sfera del suo orizzonte per artigli e fauci ed ali in una forma bestiale che, devo ammettere, è affine alla sua natura. Si scaglia contro di me ad una velocità tale che innumerevoli sequenze di causa ed effetto si ritrovano lasciate indietro, impreparate. Ma il suo assalto non mi raggiunge. Il sovrano di questo regno morto è giunto ad imporre la sua volontà sopra la famelica entropia che muove questa marionetta. La creatura si ritira ed io rimango nuovamente solo...ma non a lungo. Da alte dimensioni dove lo spazio ed il tempo precipitano in un eterno vortice, scambiandosi di posto come amanti in una danza frenetica; da un luogo dove la definizione stessa di realtà cessa di avere significato, ed ogni possibilità è condensata in una magnifica e terribile sintesi puntiforme; dall’unificazione assoluta dell’infinitamente antico e del futuro irraggiungibile, la Stella Oscura discende. E’ un’alba e l’inverso di un alba: raggi di non-luce, correnti di vuoto dove nessun fotone può esistere proiettano un buio assoluto che ammanta il cosmo. Una sfera - o meglio, l’ombra di un oggetto superiore che in queste limitate dimensioni appare come una sfera - sorge divorando quel che rimane dell’esistenza intorno a sé. Quel vortice è immenso: tutto il mio potere basta a malapena per resistere all’attrazione gravitazionale che mi avvolge e trascina. Sento lo spazio ruggire in flutti caotici e tempestosi mentre si fionda nell’abisso di impossibilità che giace dietro quell’orizzonte. Maestoso! Maestoso! Come vorrei lasciarmi divorare! Come vorrei gettarmi in quella perfezione non-nata, in quell’eredità universale che tutto abbraccia e tutto unisce! La mia musa, che solo io posso comprendere appieno, che solo io posso esprimere, che solo io posso realizzare! « Jhin.» Ma i miei desideri rimangono tali, ed anziché parlare direttamente all’essenza del divino sono costretto ad avere a che fare con questo pagliaccio, questo traviato imitatore, questo disgustoso saltimbanco, questa completa assenza di qualsivoglia talento e.... «Thresh.» rispondo con un profondo inchino. I miei sentimenti non devono interferire, non così vicini al debutto della mia grande opera. L’essere che è emerso dalla Stella Oscura è un giocatore sulla scacchiera universale, non un’altra pedina. «Ti ringrazio per questa udienza.» «Risparmiati questa farsa. Ho percepito la ferita. Che cosa hai fatto?» «Colpito il tuo nemico. La Corte Cosmica ha ora un posto libero, temo.» Thresh è disceso del tutto, adesso. Più propriamente, una sua forma-costrutto si è distaccata dalle dimensioni inghiottite nella Stella e l’essenza del corruttore vi è entrata, come una mano che indossa un guanto prima della performance. Ogni cosa nella sua forma rende pubblica la sua incompetenza. Che la Stella Oscura sia caduta nelle mani di un tale falso profeta è certamente la più grande tragedia di questa linea-mondo. Ottuso e monotono, incapace di comprendere quanto sia sacra la sua missione, o di interpretarla oltre il suo più basilare scopo. «L’incantatrice.» Mi osserva con occhi vuoti, ed il suo sguardo vacuo si ferma alla mia maschera. «Perché?» «Che domanda ridondante, amico mio. Nel sentiero verso la fine-di-ciò-che-non-ha-fine, la Corte Cosmica è l’ostacolo principale. Sono certo che la Stella sarà....» Catene si muovono intorno a me: un cappio fatto di un materiale talmente denso persino il tempo esita a scorrervi troppo vicino, per paura di rimanere congelato da quella gelosa gravità. «Puoi indossare i nostri colori. Puoi abbracciare la nostra causa. Ma non sei uno di noi, Jhin, un tempo della Corte Cosmica. La grande opera sarà terminata ed ogni possibilità unificata prima che io creda ad un tuo atto privo di egoismo. Perché?» ....e tra le sue numerose lacune, il Primo Corruttore manca anche di pazienza. «Il mio atto ha messo l’equilibrio nella corretta direzione. Ashe deve essersene resa conto. La sua unica opzione è attaccare adesso, prima che il suo vantaggio rimanente venga divorato dall’attrito.» Thresh attende. Non è stata una risposta soddisfacente, corruttore? Allora ecco: divora questa piccola verità, e compiacitene. «La guerra-per-l’esistenza sta per avere fine. Ed io voglio osservare l’ultima battaglia. In prima linea.» Silenzio. Puro silenzio. Per gigaparsec di distanza in tutte le direzioni, non un singolo atomo osa vibrare, in attesa di questa falsa decisione. Le catene si agitano. Si sollevano. Il loro clamore strangola il silenzio gettandolo, se possibile, in un assenza di rumori ancora più perfetta. E dopo il silenzio un grido. Ogni singolarità ruggisce mentre le radiazioni di triliardi di particelle virtuali infrangono la censura cosmica. Forme emergono dai buchi neri: alcune mostruose, altre fin troppo familiari. Creature un tempo nobili ed ora magnificamente ricreate per uno scopo più alto. Alcuni li ho conosciuti personalmente, ed annovero tra le mie ispirazioni. Altri sono soltanto costrutti dedicati ad estendere il desiderio gravitico della Stella Oscura, ed il loro aspetto è ricalcato sugli incubi che tormentano il subconscio del cosmo. E’ uno spettacolo simile allo sbocciare dei fiori in un giardino; i fiori della fine di ogni cosa. Le catene cantono un ultima volta e l’armata risponde. Cantano in gravitoni e superstringhe, gridano in onde gravitazionale. Ma sono solo sussurri, e la Stella Oscura è un soprano dal talento incontrastato. Il suo destarsi silenzia ogni pretendente, mi passa attraverso, mi rinnova e riforgia. «Per la fine dell’esistenza e della possibilità dell’esistenza. Per il grande ritorno del tutto al singolo e del singolo al nulla.» Thresh traduce. Come se ce ne fosse bisogno. «Sia la guerra.» **_ Guerra. Una parola il cui sapore sa di ferro e sangue, il cui odore è quello delle ceneri e della carne bruciata, il cui rumore è quello delle spade che si incontrano e delle pistole che fanno fuoco. I mortali conoscono bene il concetto di guerra: è nella loro natura. I loro mondi sono piccole prigioni con limitate risorse, e da quando i primi procarioti hanno iniziato a competere per particelle di nutrimento il conflitto stato un filtro ed uno strumento dell’evoluzione. Alcuni venerano la guerra, altri la temono. I mortali la conoscono bene. O così credono. Ma nulla sanno della vera guerra: la guerra il cui campo di battaglia sono le sovrastrutture filamentari di cui le galassia sono a malapena tasselli; la guerra le cui vittime si misurano in forza fondamentali ed equazioni mutilate; la guerra i cui vincitori contano le spoglie in termini di divinità, e non di oro. I mortali non conoscono la vera guerra. La materia che compone le specie inferiori era ancora intrappolata nel cuore di generazioni di stelle non collassate quando la vera guerra ebbe inizio. Perché quando il cosmo si formò dalla prima luce, quando la materia trionfò sull’antimateria e le dimensioni dello spazio si uccisero fino a rimanere solo in tre, gli schieramenti dell’ultimo conflitto furono tracciati. Da una parte, coloro che desiderano perpetuare l’effimero. “Eternità” è il loro nome ed il loro scopo; essi sono stelle e galassie e luce e sogni e possibilità non realizzate, essi sono la promessa del continuare della coscienza in un futuro che non avrà mai fine. Sono concetti e moltitudine, sono gioia ed amore e rabbia e vita e speranza e creazione. In tutto l’universo la loro forma si ripete in nuove specie intelligenti, ispirate da modelli così immensi da essere incomprensibili per quelle distanti progenie. Sono Xin ed i suoi venti solari, difensori delle eliopause e baluardo contro il buio; sono Kassadin, nei cui occhi ogni cosa è vista e compresa ed ogni testimonianza conservata; sono Xayah e Rakan, la cui danza traccia ellissi infinite, il moto delle lune intorno ai pianeti e i pianeti intorno alle stelle e le stelle intorno ai nuclei galattici e delle galassia intorno al cosmo; sono Yi e la sua lama fatta di pensiero e verità, l’equazione fondamentale che collega energia e materia; sono Lulu e la sua assenza e le grida di dolore di mille costellazioni lasciate orfane e senza battesimo; sono Ashe e la sua corona di galassie, il suo arco di teogenesi. Sono la Corte Cosmica, primi e prediletti figli dell’Universo. Dall’altra, coloro che desiderano far cessare l’infinito. Incisa nelle forze di marea dei loro cuori vi è solo una parola: “Fine”. Fine è il loro scopo, lo scopo costante di tutta la materia. L’atto di violenza della creazione originale ha separato ciò che era unito, ha gettato le galassia nel vuoto in infinite distanze senza possibilità di riunirsi. Ogni atomo ripudia la solitidune, e desidera il contatto dei suoi simili: la gravità è desiderio. Sono figli della gravità e la loro natura è una sola, ma le forme molteplici. Artigli, fauci, tentacoli, mani, archi, ingranaggi, scettri. Sono marionette e proiezioni, forme-spettro di civiltà estinte il cui eco è rimasto intrappolato in una sempiterna caduta oltre l’orizzonte degli eventi. Sono proiezioni in queste effimere dimensioni e realtà nell’alto firmamento. Sono costanti affamate, lo zero al termine dell’equazione che divora ogni complessità. Sono le dita gelose ed amorevoli della Stella Oscura, estese in un invito ed un ordine. Avevano altri nomi, un tempo. Cho’Gath e Kha’Zix e Varus e Orianna e Jarvan e Shaco; ora hanno soltanto uno scopo, servire il glorioso finale che ha definito la loro esistenza e che presto definirà ogni cosa. E sono pronti a farlo con gioia, a banchettare su ogni fotone in estasi, agli ordini del Primo Corruttore, e della grande singolarità che persino lui serve. Mai il cosmo ha subito la presenza di così tante forze fondamentali. Lo spazio-tempo si piega sotto lo sforzo: regioni un tempo piatte si curvano ed aggrovigliano, confondendo le linee-mondo in ghirigori inintelleggibili. Nella zona tra i due schieramenti il conflitto permea ogni aspetto della creazione. I buchi neri nei nuclei galattici osservano famelici le stelle che li orbitano. Nel microcosmo invisibile, i fermioni complottano contro i bosoni. Sugli sparsi pianeti abitati, gli scienziati osservano risultati insensati nei loro esperimenti, i poeti e visionari sentono una spinta incomprensibile trascinare i loro animi, ed i guerrieri si ritrovano a pulire le vecchie armi senza sapersi spiegare il perché. Il cosmo è in attesa, inspira profondamente e riempie i suoi polmoni. Il cosmo è in attesa. **_ Il cosmo è in attesa di un segnale, ed ecco, la mia battuta è pronta: che ogni cosa giunga al suo glorioso finale. Non sia un grido a dare il via al quarto atto....ma un sussurro. **_ Un raggio di tachioni attraversa una frazione consistente del cosmo. E’ impossibile seguirlo, con occhi o telescopi o persino con quella percezione così simile all’onniscienza che appartiene alle alte entità cosmiche. Quell’impulso di morte sfolgora attraverso due milioni di costellazioni prima di calare di intensità ed infine svanire, come se non fosse mai esistito. Non ci sono vittime, se non il silenzio. Ma è abbastanza: è una scintilla in un’atmosfera di idrogeno compresso. La fusione ha inizio. Con essa, due grida risuonano. «All’attacco!» Ordina la Regina Cosmica. «Divorateli!» Ordina il Primo Corruttore. Così inizia l’ultima guerra, ed il suo primo secondo dura milioni di anni. Il tempo non può scorrere in queste condizioni estreme: così striscia, vicino al suolo come un verme, tentando di passare inosservato. In questo secondo distorto, miliardi di stelle si gonfiano e bruciano e muoiono; galassie si accoppiano e dividono; filamenti si dissolvono in strutture irriconoscibili, mentre una nuova linea di luce sorge ai confini delle regioni morte. E’ un fronte di guerra misurato in millenni-luce e civiltà estinte, in leggi fondamentali infrante e cancellate. Frecce-costellazioni respingono ed aborrono il buio, gettando luce impossibile in luoghi dove persino la luce non può brillare; grandiosi sistemi vengono costretti al servizio, assemblati in possenti catene che strangolano e stritolano e tormentano l’essenza del cosmo. Una volta alleati, antichi guerrieri incrociano le loro armi con occhi pieni di disprezzo e fame; nell’onda d’urto milioni di draghi stellari gridano in agonia e si spengono, stringendo nei loro artigli atomi di elio e idrogeno. Non vi è quartiere. Non vi è pietà. Il cosmo diventa un altare all’entropia. Uno scontro su una scala così vasta non può essere immaginato, men che meno descritto. Se esistessero sopravvissuti parlerebbero di cieli in fiamme e tenebre affamate, di impulsi di raggi gamma e grandi attrattori, di quasar esplose e di altri fenomeni cosmici: potrebbero vedere solo una parte, una minima ombra del conflitto, ed anche quella sarebbe uno spettacolo tale da vivere nelle loro menti per il resto delle loro mortali vite. Ma non ci sono sopravvissuti: ovunque il conflitto lascia soltanto morte ed orbite vuote. Questa è la vera guerra. Questo è il vero orrore. Milioni di anni dopo ed un secondo dopo, lo scenario di battaglia è mutato profondamente. La bolla in cui avviene il conflitto, questa regione di spazio-tempo congelato, porta cicatrici in ogni sua galassia. Corpi spezzati di entità comische e corruttori tappezzano il vuoto come fiori morenti in un giardino abbandonato. Qui, una regina ed un profeta si incontrano. Quando Ashe incocca una freccia lo fa con fatica. L’arco le risulta pesante in un modo che non ha nulla a che fare con la sua massa. Ma lo tende e lo solleva, puntandolo contro il corruttore. Il suo volto è illuminato da supergiganti azzurre, i suoi occhi brillano di fredda risolutezza e annichilizione ed un singolo dubbio. Thresh risponde impugnando le catene. Non vi è esitazione nei suoi movimento. E’ stato creato per questo: lui è lo scalpello con cui la Stella Oscura scriverà l’epitaffio della realtà. Non vi è esitazione, ma vi è un dubbio. Lo stesso dubbio riflesso negli occhi della regina. «Dov’è Jhin?» chiedono all’unisono. Questa è la vera guerra. Questo è il vero orrore. E questo... è un diversivo. **_ Sfreccio in un cosmo in conflitto come una cometa errante. Dietro di me coni di luce si spiegano come ali; davanti a me, lo spazio-tempo precipita in una spirale verso un punto con densità infinita, che tutto abbraccia e tutto accoglie. Sto arrivando, mia musa. Le sciocche comparse sono impegnate nel teatrino di burattini che ho organizzato per il loro intrattenimento. Che si accontentino delle ceneri di un universo e che diventino grassi saziandosi nell’entropia. Presto sarà irrilevante. La Stella Oscura è davanti a me, indifesa. Ogni mio futuro porta nelle viscere, ogni linea del mio cono-luce è avvolta nella profonda geometria del suo nucleo. Accelero: lascio la luce indietro, i tachioni inibetiti. Divento pioggia e trionfo mentre precipito. La singolarità risponde al mio arrivo. Si gonfia e risplende, in attesa di ciò che sta per succedere. Nelle mia mani, la scintilla rubata di un’entità cosmica morta. Nella mia mente, un piano elaborato da eoni. Nel mio cuore, estasi. Attraverso l’orizzonte degli eventi. Increspature sulla superficie causale cantano del mio arrivo. In un istante, il mio corpo è fatto a pezzi. La mia essenza lo segue. Muoio, di una morte così perfetta che mi fa dubitare di essere mai stato vivo. Qualcosa di me rimane. Non un atomo o una particella o persino un informazione. Ma un’idea. Il fantasma di un sogno. Alimentato dall’essenza rubata di quell’adorabile bambina celeste. Lei che una volta ha battezzato le stelle mi aiuterà a navigare la via nell’impossibile. Abbandono dietro di me ogni pretesa di esistenza e sboccio nell’infinito della vera singolarità. Mortali, immortali, stelle, galassie. Tutto qui cessa di avere significato. Qui, dove ogni numero è ridotto allo zero. Qui, nell’unico vero tempio dell’universo. Assorbo quella divinità. Mi disseto in quel principio di onnipotenza. E muoio. Ancora e ancora e ancora e ancora. Con tutti i miei poteri e preparativi non posso fare a meno di morire, qui dove nulla può esistere. Esattamente ciò che desidero. La mia idea-essenza abbraccia la fine, ed il mio ultimo grande scopo sta per compiersi. Addio, mio sussurro. Addio, mia arte. E’ il momento di diventare arte a mia volta. Chiudo gli occhi che non ho più, e cado...cado...cado...cado. **_ Continuo a cadere. Nell’universo il tempo scorre ad una velocità inconcepibile: qui nella singolaritò, l’orologio è fermo. Sono un esule al di fuori del tempo. Sono un cantante senza voce, quindi non mi rimane che ascoltare un’altra sinfonia. Vedo la guerra arrivare alla sua violenta conclusione, senza vicintori. Vedo i cadaveri di entità cosmiche decorare una cornice di galassie. Vedo ogni stella espandersi e gonfiarsi ed estinguersi, così velocemente che sembra accadere all’unisono. Vedo l’universo cominciare a precipitare. Cento trilioni di anni passano. Le stelle cessano di nascere. Centoventi trilioni. Le stelle cessano di morire. Un quadrilione. Persino i loro cadaveri sono ormai freddi e gelidi. L’universo conosce solo il buio, e l’avidità dei buchi neri. Un quadrilione di quadrilioni. I buchi neri si cibano delle carni dei corpi celesti ancora rimasti. Dieci alla centodiciassettesima potenza anni. Gli ultimi buchi neri evaporano, e nel loro suicidio estinguono ogni informazioni che hanno rubato. Un tempo incalcolabile dopo, la Stella Oscura si risveglia. Ha atteso finora, con pazienza infinita. Si distende ed ammira la totale assenza di ogni cosa. Non vi è più nemmeno uno spazio da inghiottire, in questo guscio vuoto di universo. Thresh non avrebbe mai potuto comprendere la bellezza di questa inevitabilità. La sua guerra è stata inutile: questa vittoria era decisa dal momento in cui la prima particella virtuale si è accesa nel nulla prima della creazione. Questo era l’unico finale possibile. Raggiungerlo è sempre stato soltanto una questione di tempo, non di sforzo. Tutto ciò che importa...è arrivare qui preparati. La Stella Oscura completa il sua pasto. Lo spazio, poi il tempo, ed infine la realtà stessa. Nulla è mai esistito, nulla mai esisterà: questa è la fine di ogni inizio. Tutte le storie cessano di venire scritte, tutti i sipari calano. Nulla può sopravvivere, nemmeno i sogni. Nulla può sopravvivere. Tranne un’idea. Un’idea incisa nel cuore della singolarità, in un’era lontana, così lontana. L’idea di un artista, che oltre ogni cosa desiderava sfiorare la perfezione, diventare sè stesso perfezione. Un’idea chiamata Jhin. **_ La fine di ogni fine. L’inizio di ogni inizio. Da una singolarità, un nuovo multiverso sboccia come un fiore. I suoi petali sono multicolori e vibranti, così distanti dallo stelo da somigliarsi a malapena. Questi petali-universi nascono, vivono e splendono per ere magnifiche. Hanno ben poco dell’universo originario, quel grembo in cui si è sviluppata la singolarità loro madre. Solo ombre e sussurri. Ed un’idea. Un bagliore rosso balza di vicolo in vicolo e corpo in corpo, a caccia di parti in una città di neon e acciaio. Un sacerdote balla in un cerchio di inchiostro e candele, recitando vecchie poesie e nomi di demoni dimenticati sotto una luna rossa. Un pistolero cavalca verso l’orizzonte notturno, accompagnato dal suo fucile e dalla brezza del deserto. Un artista sorride ad uno specchio ed indossa una maschera elegante, lasciando il camerino per il palcoscenico del mondo. Sono ad universi e linee temporali di distanza, ma tutti e quattro posseggono qualcosa in comune. Un lontano sentimento, forse. Una particolare ispirazione quando osservano una costellazione distante, una che per chiunque altro non ha alcun significato, e forse neanche per loro. Questi quattro uomini non conoscono la loro origine, eppure condividono qualcosa. Un’idea. Un Idea Chiamata Jhin.
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